Nel gergo dialettale “fare il giro dea molonara” significa allungare la strada per semplice diletto.
Partiamo così per il nostro giro della campagna peri-urbana che si distende tra Schio, Marano Vicentino e Zanè iniziando da un luogo dove la tradizione 
del casoto dea molonara rivive ogni anno, tra giugno e luglio, attraverso serate culturali ed enogastronomiche: il roccolo di Giavenale di Schio.

Poco lontano, ai margini dell’abitato di Giavenale, troviamo uno dei complessi di villa veneta più ben conservati: Villa Dal Ferro, ora Barettoni; costruita nel 1573 dai fratelli Dal Ferro, (nobili avvocati vicentini), è ancora immersa nel fondo agricolo di cui era il centro amministrativo.

Vi si accede attraverso un portale ad arco che introduce alla corte delimitata da barchesse; tra gli annessi, rimaneggiati nel corso dei secoli, spicca la colombara che riporta lo stemma affrescato della famiglia Dal Ferro.

L’edificio padronale, in posizione rialzata rispetto al cortile, si caratterizza per la compostezza di linee e volumi e l’armonia del fronte meridionale basato sulla pacata scansione tra le parti piene e la doppia serie di aperture. L’impianto architettonico e la sobrietà delle decorazioni interne, hanno fatto avanzare l’ipotesi che il complesso sia opera del giovane Vincenzo Scamozzi anche se non esistono prove documentate.

Poco lontano, esterno alla cinta muraria della Villa, si trova l’Oratorio di Santa Giustina fatto erigere dai fratelli Dal Ferro. Questo complesso rurale di villa veneta conserva molto bene le valenze paesaggistiche ma ne esistono molteplici a Marano, a dimostrazione che la campagna locale era fertile e ricca e ha attratto fin dal Medioevo le famiglie nobili vicentine.

In particolare il comune di Marano lega il proprio nome alla famiglia Capra1 del Consiglio Nobiliare di Vicenza in quanto nel 1300 l’intero territorio era un suo feudo. La prima residenza dei Capra in loco, dopo l’attribuzione del feudo, fu probabilmente Villa Capra, ora Zaltron, che si affaccia su Piazza Silva.

Con buona probabilità qui si trova il nucleo originario dell’intero paese con il castelaro posto a ridosso delle rive del torrente Giara, o rio delle Pietre, così chiamato a causa della scarsa portata d’acqua. Il complesso medievale, rimaneggiato nell’Ottocento dai conti Capra, comprendeva la casa padronale, l’abitazione del gastaldo, il fienile, i rustici e la colombara. Attualmente possiamo ammirare il corpo di fabbrica centrale a due piani, ora sede di una banca, che conserva ancora cinque finestre cinquecentesche al pianterreno dotate di sporti in pietra, davanzali su mensole e inferriate a museruola2.

Poco più a nord si trova la mole compatta di un edificio rustico a tre piani, affiancato da una struttura circolare a torre che contiene una scala a chiocciola; entrando dal portico ci si trova nella piccola piazzetta che si apre nel punto in cui si trovava la corte interna di villa Capra.

Tra via Braglio e via San Lorenzo si incontra forse la più antica Villa Veneta di Marano: Villa Capra, ora Finozzi, detta Ca’ Alta databile al XV secolo. Vi si accede da una corte interna passando sotto un arco con stemma nobiliare nella chiave di volta e con capitelli decorati ai lati. L’edifico presenta una pregevole bifora trilobata tipica del gotico veneziano a testimonianza degli influssi culturali e politici della Repubblica di Venezia sulle famiglie nobili vicentine.

Altro importante edificio che lega la sua creazione alla famiglia Capra è Villa Capra, Savardo, Dalla Bona in via Santa Lucia. Il complesso, quasi monumentale, fu realizzato nel corso del XV secolo attraverso la fusione di una serie di edifici medievali esistenti. Si compone di un edificio padronale e di una barchessa, con una torre centrale di raccordo e attigua chiesetta posta dall’altra parte della strada. Sul fronte nord, lungo via Santa Lucia, la porta d’ingresso conserva un profilo architravato di sapore cinquecentesco, mentre la facciata meridionale, visibile dal parco pubblico posto a sud, mostra un portoncino centinato con volto umano in chiave d’arco. Di notevole valore è la barchessa che si è sviluppata verso est in senso leggermente obliquo rispetto alla casa per seguire il vecchio andamento stradale. Sul cortile interno si aprono otto grandi arcate su pilastri con lesene tuscaniche addossate reggenti una trabeazione, sopra la quale si colloca un vasto attico con finestre quadrate.

L’Oratorio di Santa Lucia, che si trova dall’altra parte della strada, era la cappella di famiglia dei Capra ed è stato più volte rimaneggiato. 
Sulla facciata un’iscrizione reca la data del 1607 ma le origini sono sicuramente tardo-gotiche. 

Oggi la villa è un complesso residenziale e il parco è in parte pubblico. Un ruolo fondamentale nella crescita agricola della zona era dato dal vasto sistema irriguo, tanto che “chi possedeva uno o più prà co l’acqua (prato con l’acqua) era considerato fortunato” e questi appezzamenti avevano un valore inestimabile3.

Il sistema irriguo locale ha nella Roggia Maestra, o Roggia Schio-Marano, la sua origine. La Roggia, che nel suo tratto inferiore viene chiamata Roza de Maran o Roggia dei Molini deve la sua origine al torrente Leogra e confluisce, dopo circa 15 km, nel torrente Rostone a Villaverla.

La storia della Roggia dei Mulini e del suo sfruttamento risale al 1284 quando alcuni signori di Marano acquistarono dal conte Beroardo di Schio i diritti allo sfruttamento delle sue acque4. Lungo il suo corso si trovavano numerosi magli per la lavorazione del ferro, folli per la lavorazione della lana e mulini da macina. Nell’ Ottocento, secondo l’estimo napoleonico del 1811, i mulini ancora presenti e funzionanti erano nove5.

COSA FAI QUESTO WEEKEND?

I mulini erano un elemento caratteristico del paesaggio agrario di Marano e furono fin dal Medioevo una fonte di reddito per la nobiltà terriera. Non meno importanti erano i mugnai che li gestivano: le storiche famiglie Cavedon, Calderato, Ruaro, Zambon, subentrate agli antichi proprietari per continuarne l’attività fino ai nostri giorni.

Tra i mulini ancora funzionanti vi è il mulino Zambon in Via Molette: sulla roggia è visibile il salto d’acqua che azionava le ruote e visitando l’interno dell’edificio si possono ammirare i macchinari ancora funzionanti e sporadicamente utilizzati. Regolarmente documentato dal 1600, era composto da un mulino a tre ruote e un edificio multipiano, annesso all’abitazione padronale. Il mulino Cavedon in via Santa Maria, presente in mappa già nel Settecento, è ancora ben conservato. Fu elettrificato all’inizio del Novecento in accordo con la famiglia Savardo che da lì a poco costruirà una centrale idroelettrica, con un sistema ad acqua fluente, grazie ai diritti allo sfruttamento delle acque della Roggia dei Mulini ereditati dai Conti Capra.

Negli intenti iniziali la centrale avrebbe dovuto sfruttare le acque del torrente Leogra ed ergersi quindi più ad ovest rispetto all’ubicazione attuale; i diritti di sfruttamento però non furono concessi ai fratelli Savardo, perché il consorzio della gestione delle acque favorì gli interessi degli imprenditori tessili scledensi economicamente e socialmente più potenti6. La centrale entrerà in funzione nel 1902 ma, a causa della scarsa portata d’acqua in entrata e dei costi di mantenimento, verrà ceduta alla Società Adriatica di Elettricità nel 1909 passando poi all’Enel che la dismetterà definitivamente negli anni Sessanta del Novecento7.

Alla tradizione agricola e molitoria locale è strettamente legata un’altra vicenda, quella del mais Marano e del suo artefice: l’agricoltore Antonio Fioretti. Nel 1890 Antonio Fioretti incrociò il pignoletto d’oro, un mais pregiato coltivato soprattutto nella zona di Rettorgole di Caldogno, con una varietà di cinquantino nostrano8. Il risultato fu un incrocio che dava delle pannocchie di un bell’arancione scuro che il Fioretti selezionò scrupolosamente per almeno vent’anni in modo da aumentarne la produttività. Nel 1940 il prodotto ottenne il marchio governativo ed oggi viene commercializzato come farina di mais Marano mentre il Consorzio Tutela Mais Marano, che ne seleziona le sementi, garantisce che si tratta della varietà originale prodotta a Marano e nelle zone limitrofe. 

Di questa storia, oltre al mais Marano ancora prodotto e alla sua particolare farina ramata, rimane una testimonianza in Villa Fioretti in contrada San Fermo, antica residenza della famiglia Fioretti. L’edificio padronale, ben conservato, sembra risalire al ‘500 ma è stato rimaneggiato nei secoli successivi, come confermano le date incise nelle chiavi di volta delle porte d’entrata delle facciate nord e sud. Annesse all’abitazione si trovano le barchesse. Legata alla Villa vi è la piccola cappella di San Fermo, che nomina la via, costruita come cappella di famiglia da Daniele Fioretti nel 1702 dietro il lato sud e attualmente ancora ben conservata. L’intero complesso ospita ora un ristorante.

I mulini erano un elemento caratteristico del paesaggio agrario di Marano e furono fin dal Medioevo una fonte di reddito per la nobiltà terriera. Non meno importanti erano i mugnai che li gestivano: le storiche famiglie Cavedon, Calderato, Ruaro, Zambon, subentrate agli antichi proprietari per continuarne l’attività fino ai nostri giorni.

Tra i mulini ancora funzionanti vi è il mulino Zambon in Via Molette: sulla roggia è visibile il salto d’acqua che azionava le ruote e visitando l’interno dell’edificio si possono ammirare i macchinari ancora funzionanti e sporadicamente utilizzati. Regolarmente documentato dal 1600, era composto da un mulino a tre ruote e un edificio multipiano, annesso all’abitazione padronale. Il mulino Cavedon in via Santa Maria, presente in mappa già nel Settecento, è ancora ben conservato. Fu elettrificato all’inizio del Novecento in accordo con la famiglia Savardo che da lì a poco costruirà una centrale idroelettrica, con un sistema ad acqua fluente, grazie ai diritti allo sfruttamento delle acque della Roggia dei Mulini ereditati dai Conti Capra.

Negli intenti iniziali la centrale avrebbe dovuto sfruttare le acque del torrente Leogra ed ergersi quindi più ad ovest rispetto all’ubicazione attuale; i diritti di sfruttamento però non furono concessi ai fratelli Savardo, perché il consorzio della gestione delle acque favorì gli interessi degli imprenditori tessili scledensi economicamente e socialmente più potenti6. La centrale entrerà in funzione nel 1902 ma, a causa della scarsa portata d’acqua in entrata e dei costi di mantenimento, verrà ceduta alla Società Adriatica di Elettricità nel 1909 passando poi all’Enel che la dismetterà definitivamente negli anni Sessanta del Novecento7.

La strada conduce da Villaraspa al borgo rurale di antica origine di San Pietro. Esso probabilmente deve il suo nome al monastero delle suore benedettine di san Pietro di Vicenza che, grazie ad un privilegio concesso nel 1123 da Papa Callisto, possedevano dei diritti su tali terre.

La contrada, ancora immersa in un contesto agricolo integro, si compone di un complesso rurale a corte e di una chiesa aggregati attorno alla piccola piazza. La chiesa di San Pietro era già esistente nel XIII secolo ed è da alcuni indicata come la più antica di Marano; essa si colloca lungo la direttrice che anticamente era chiamata Via Summana e che collegava Schio a Vicenza. Il complesso rurale a corte che caratterizza il borgo si trova in mappa già nel 170510. Si tratta di un bell’esempio di corte rurale aperta a sud dove le case e gli annessi si affacciano su uno spazio centrale collettivo che ospitava l’aia pavimentata per la battitura del frumento e altre attività comuni come la cottura del pane nel forno, oggi ancora visibile. Qui si svolge, il 29 giugno, la tradizionale festa dei Santi Pietro e Paolo, festa legata anche alla mietitura del grano.

A Marano esiste un altro grandioso esempio di corte rurale situato al centro dell’abitato e totalmente ristrutturato e destinato a residenze e uffici: si tratta del complesso di Cà Nogara Grande, chiamato anche dei “canetei”11; in origine la villa era di proprietà dei Barbarani e fu trasformata nell’800 dai Capra che la portarono all’attuale consistenza. L’insieme di edifici costituiva la più grande fattoria di Marano12: esso ospitava un’alta casa colonica di ben quattro piani con porticato a tutt’altezza di ben sette arcate. L’intero complesso si estende per quasi cento metri lungo via Capitello di sotto e all’interno della corte si può ammirare una torre colombara con scala in pietra esterna decorata con cornici di gusto quattrocentesco.

Altrettanto importante, per l’agricoltura del sistema irriguo, è il sistema di drenaggio costituito dai fossi che permette di sgrondare l’acqua in eccesso dai campi, evitando pericolosi ristagni. Una particolarità di questo sistema sono le “giare”: veri e propri collettori d’acqua che raccoglievano l’acqua dei campi e la scaricavano nei torrenti o nelle rogge. Una in particolare è ancora presente a sud di Villa dal Ferro, in località Giavenale: si tratta della carrareccia detta “delle giare” (rif. 14, pag. 36) o via fonda scavata tra i fondi agricoli adiacenti posti ad una quota più alta e che permetteva di drenare le acque dei campi al Torrente Timonchio.

La via fonda sfocia sull’argine del Torrente Timonchio che in questa parte di campagna segna il paesaggio agrario. Esso, con i suoi guadi comunemente usati per passare da un fondo all’altro e il punto di confluenza con il Torrente Leogra, è parte dell’immaginario locale.

Questo territorio agricolo peri-urbano, riserva, al visitatore attento, molte altre tracce della cultura contadina locale e dell’antica costruzione del paesaggio. Una di queste è la piantà, ossia i filari di viti maritate a piante d’alto fusto che fungevano da sostegno, generalmente opi (acero, Acer Campestre), òrni (orniello, Fraxinus ornus), morari (gelso, Morus alba) e ciliegi.

Questo sistema colturale fu probabilmente introdotto in Veneto nel Cinquecento e fino alla metà del secolo scorso ha rappresentato l’elemento generatore del paesaggio agrario alto-vicentino diviso in pèsse o torne. Sotto le piantà, disposte generalmente in direzione nord-sud, si seminavano per lo più patate e fagioli; in questo modo si dava origine ad una struttura produttiva a tre livelli: legna e foglie in alto, uva in mezzo, orticole a terra. Questo sistema, a fronte di una resa bassa sia della piantà stessa che dei coltivi circostanti, garantiva una ricca biodiversità e un rifugio per molte specie di uccelli.

I tipi tradizionali di uva coltivati nelle piantà erano il crinto e la ‘mericana oltre all’ormai scomparsa vernaccia, che dava un ottimo passito da dessert. Un altro albero da frutto dimenticato per anni e solo da poco riscoperto è il pero di San Martino detto anche pero dell’acqua o pero delle valli. Originario probabilmente della Francia o dalle Alpi piemontesi, si ha notizia della sua presenza in Veneto a partire dal secondo decennio del Novecento. Questo albero particolarmente vigoroso produce frutti che maturano a novembre, in prossimità della festa di San Martino, hanno forma allungata e vanno consumati esclusivamente cotti.

Tra i grandi alberi che caratterizzano questa parte di campagna i più riconoscibili sono probabilmente i morari che, con la loro forma poco slanciata dovuta alla capitozzatura, continuano ancor oggi a sottolineare e definire il corso di fossi e rogge.

Una presenza importante, oggi assai ridottasi, è rappresentata dagli Olmi, colpiti verso la fine degli anni Sessanta da un ceppo particolarmente violento di grafiosi, una malattia che decimò gli esemplari adulti di questo genere. In pochi anni l’olmo passò dall’essere un’imponente albero che segnava in modo deciso il paesaggio rurale dell’Altovicentino, ad una sorta di arbusto di media taglia. Lungo il percorso si possono tuttavia ancora incontrare i rarissimi superstiti, ormai secolari, di questa splendida pianta che, assieme alle àlbare (pioppo, Populus nigra), costituisce il più importante elemento vegetale verticale del nostro paesaggio.

Infine, non si può lasciare questo angolo di campagna vicentina senza alzare gli occhi verso la splendida cornice di monti che a nord fanno da sfondo caratterizzati dai contrafforti rocciosi delle Piccole Dolomiti con il Gruppo del Pasubio e del Carega.

La stessa della famiglia proprietaria della Villa “La Rotonda” di Vicenza.
2 D. Battilotti, Ville venete: La provincia di Vicenza, Venezia, 2005.
AA.VV., Civiltà rurale di una valle veneta. La Val Leogra, Accademia Olimpica Vicenza, 1976.
4 Mappa Catastale allegata alla Perizia Zanovello, Archivio Biblioteca Civica di Schio.
Archivio di Stato di Vicenza, Estimo Napoleonico.
6  F. Lomastro, A. Cordova, I savardo: storia di una famiglia, in “Da Marano al mondo, le fotografie di Dino e Ricciotti Savardo tra Otto e Novecento”, a cura di Lomastro Francesca, Vicenza, 2006, p. 25.
7  Intervista all’allora assessore ai lavori pubblici del comune di Marano Vicentino Giuseppe Doppio, 17 maggio 2010 presso centrale idroelettrica Savardo/Enel.
8  Il cinquantino è un tipo di mais a sviluppo precoce che si semina dopo la mietitura del frumento.
9  Così detta in quanto presenta molte curve per collegare due località antistanti e quindi, secondo un modo di dire locale, disegnata seguendo i maiali lasciati liberi
    (“i ga molà i masci”).
10  L. Puttin, T. Sartore, Gli statuti di Marano Vicentino del 1429, p. 73.
11   Il nome “canetei” risale al periodo risorgimentale e sembra derivare dalla “caneta”, il cappello duro portato dagli uomini.
12   T. Sartori, Alcune riflessioni sulla toponomastica maranese, in Gruppo di ricerca sulla civiltà rurale, (a cura di), “Una terra, una storia, una fede. Antologia di scritti di Terenzio Sartore”, Accademia Olimpica, Vicenza 2008, pp. 264-266.
13  Da “Enologia e Viticoltura della Provincia di Vicenza. Pastorio, Vicenza, 1905.

 

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